Bambini e certificazioni: un aiuto o una condanna?
I bambini e le bambine con difficoltà di apprendimento – permanenti o temporanee – richiedono alla scuola risposte personalizzate e inclusive, attenzione e pazienza e, soprattutto, la certezza che possono progredire nell’apprendimento, migliorando la loro condizione ogni giorno, come tutti i bambini e le bambine del mondo.
Le difficoltà di apprendimento si dividono principalmente in tre categorie: disabilità certificate, disturbi evolutivi specifici e svantaggi socio-culturali o linguistici.
Le disabilità certificate (Legge 104/92) sono quelle che richiedono un Piano Educativo Individualizzato (PEI)
I Disturbi Evolutivi Specifici includono DSA (dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia), ADHD (deficit di attenzione/iperattività), Funzionamento Intellettivo Limite (FIL) e disturbi del linguaggio/spazio-temporali.
Lo svantaggio Socio-Economico, Linguistico o Culturale configura situazioni temporanee o permanenti, come per alunni stranieri appena arrivati, traumi, o disagi familiari.
Se in alcune di queste situazioni la richiesta di una “certificazione” (che parola orrenda) della disabilità risulta indispensabile, in altri la certificazione “a tutti i costi”, anziché diventare un’opportunità, si trasforma in una condanna.
Com’è possibile che bambini e bambine “certificati” (che parola orrenda) fin dalla Primaria si ritrovino alla Secondaria di primo grado o di secondo grado con gli stessi problemi, le stesse difficoltà?
Che cosa è stato fatto per migliorare la loro condizione? Per restituire loro il diritto di colmare il gap che, per qualche morivo, li ha resi più fragili?
A che cosa sono serviti i PDP, le pagine e pagine in cui si definiscono strumenti compensativi, il supporto emotivo, i percorsi personalizzati, in cui si crocettano decine di voci che scandiscono le strategie da mettere in atto per far sì che la bambina o il bambino progredisca raggiungendo il meglio di quello che possono fare, nutrendo l’autostima e la fiducia di sé?
Ricordo una dirigente che, durante un collegio docenti, pose agli insegnanti questa domanda:
- Abbiamo screening (per cui paghiamo esperti esterni) fin dalla scuola dell’infanzia per individuare precocemente i problemi in modo da offrire
- strategie e supporti adeguati che aiutino i bambini e le bambine a superarli. Abbiamo decine di certificazioni e relativi PDP. Allora, come mai, ancora alla Secondaria di Primo grado i problemi rimangono gli stessi, anzi, peggiorano? Quale efficacia ha avuto il nostro intervento? Abbiamo veramente guidato i nostri alunni e le nostre alunne a diventare qualcosa di nuovo o li abbiamo inchiodati alla condizione di “bambini che non ce la possono fare”?
E’ giunto il momento dell’approccio didattico, cambiando paradigma. La certificazione a tutti i costi non è uno scudo protettivo per l’insegnante e non è la panacea di tutti i mali per i bambini. Anzi, rischia di diventare la sua condanna.
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